Un mondo nuovo sta prendendo forma.

 

NewWorld_01a cura di Stefano Fait per IxR

Mi ha molto colpito una considerazione di Massimo Gramellini, apparsa sulla Stampa del 16 dicembre 2012. Ecco cosa scriveva: “Mi piace pensare che i Maya non avessero del tutto torto. Che il 21.12.12 non finirà il mondo, ma un altro comincerà a prendere forma. Anch’io avrò la possibilità di farne parte, se smetterò di fidarmi ciecamente dei sensi, che intercettano solo una piccola fetta di realtà, e imparerò a rinvigorire il muscolo rattrappito dell’intuizione: «La voce degli dei» come la chiamava Jung, l’unica parte immutabile e immortale di me stesso. Per chi non ha, o non ha più, un lavoro o un affetto, la fine del mondo è già arrivata e questi sembreranno discorsi astratti, brodini caldi per anime intirizzite. Ma non è così. La crisi psicologica e poi – solo poi – economica in cui versiamo è anzitutto una crisi del modello materialista che ha dominato il Novecento. Se non torniamo a chiederci chi siamo, e non solo cosa abbiamo, finiremo per non avere più nulla. Qualunque profezia non va presa alla lettera: è l’indicatore di un cambiamento spirituale”.

Sarà un viaggio periglioso. Viviamo in società aggressive, violente, ansiose, egoistiche, materialiste: in breve, patologiche. Di una patologia anomala, che ci interroga sulla sua origine e sui suoi esiti.

La “terra-formazione” è un ipotetico processo che dovrebbe consentire di rendere un altro pianeta adatto alla vita umana. Sembra che la Terra abbia subito quel tipo di trattamento e sia stata trasformata in un habitat adatto al proliferare di psicopatici e sociopatici, ossia esseri umani che, esternamente indistinguibili dagli altri, sono però privi di empatia (compassione) e di coscienza.

Potremmo battezzare questa patologia la “Sindrome di Faust” o la “Sindrome di Atlantide”.

Faust è un imprenditore capitalista che porta avanti un titanico progetto ingegneristico ed urbanistico con l’assistenza di Mefistofele, sfruttando il servaggio, i sacrifici, la sofferenza altrui, la rapina, la pirateria, la corruzione, l’inganno, la violenza: come un conquistador, come un emissario coloniale sul libro paga della Compagnia delle Indie.

L’archetipo atlantideo, che attraversa i secoli, è quello di una civiltà intossicata dalla propria bramosia di potere, che alla fine si autodistrugge. Il progresso tecnologico disgiunto da quello morale ed un progresso materiale inseguito ossessivamente per compensare la perdita dei poteri spirituali delle origini è satanico o comunque autodistruttivo.

Atlantide è l’estremo dal quale dovremmo tenerci alla larga, ma la summenzionata terra-formazione sta atlantidizzando la civiltà globale, a partire dagli Stati Uniti e dalla NATO (il Patto Atlantico, appunto).

Tutte le persone di discernimento e di buona volontà hanno il dovere di contrastare questo deleterio esperimento di ingegneria sociale.

Il motto dell’UNESCO è: “Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite”.
Mi riporta alla mente la visione di un Mondo Nuovo che emergeva dalle parole di Federico Mayor Zaragoza, direttore generale dell’UNESCO tra il 1987 ed il 1999 e che potrebbe corrispondere alle attese di Gramellini.

Per Mayor le caratteristiche precipue dell’essere umano sono la capacità creativa, l’immaginazione, l’inventiva. È lì che risiede la nostra speranza di non terminare i nostri giorni come dei “burattini attaccati a delle stringhe”. La creatività, assistita dall’educazione, ci fa diventare noi stessi, sviluppa le nostre potenzialità latenti. L’istruzione ci deve insegnare a prenderci il tempo per pensare ed essere noi stessi e per sviluppare quella che lui chiama la “sovranità personale” (cioè l’autodeterminazione e la fiducia in noi stessi).

Mayor lo considera un compito gravoso, specialmente a causa della “crescente contraddizione fra la democrazia a livello nazionale e le oligarchie, o se si preferisce, plutocrazie a livello globale”. Esiste un terribile potenziale di “clonazione spirituale”, cioè a dire l’impulso all’uniformazione, una spinta diametralmente opposta alla vocazione dell’istruzione, che è quella di fungere da levatrice di esseri umani unici e preziosi.

Tuttavia, ci rassicura Mayor, non bisogna disperare, perché il futuro non è ancora stato scritto e a noi tocca il compito di impedire a qualcuno di scriverlo, giacché “appartiene ai nostri figli ed ai loro figli. Il passato è già stato scritto, ma possiamo permettere ai figli di scrivere un futuro diverso”.

Forse la causa principale dei mali della nostra società sia stata proprio l’alienazione dalla natura, che non doveva essere l’inevitabile conseguenza della nostra emancipazione dallo stato di natura (che chiamiamo cultura).

Faccio infatti fatica ad immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.

La continua spinta alla razionalizzazione, alla massimizzazione, alla riduzione dello spreco (anche di risorse umane) sta facendo avverare la profezia del sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), secondo il quale saremmo diventati “specialisti senza spirito, edonisti senza cuore”: un’accurata descrizione di uno psicopatico.

Stiamo, in pratica, costruendo società sociopatiche: un folle paradosso.

Che futuro c’è per una società che sacrifica la famiglia, il lavoro, la comunità, la natura e la vita della mente? È un comportamento suicida.

Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) riesce, in poche righe, ad illustrare cosa c’è in ballo:

“Noi non sappiamo se la crisi attuale sia una di quelle cicliche che investono il mondo capitalistico, oppure se sia qualcosa di completamente nuovo, come nuove saranno le uscite. In ogni caso, ne constatiamo già gli effetti, più o meno evidenti, nella vita delle nazioni, i cui governi, da rappresentanti delle istanze popolari, decadono a strumenti amministrativi dell’ordine dell’economia finanziaria mondiale. Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, think-tanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile? Del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista. Ma a quale prezzo? A un prezzo molto elevato: il sacrificio della politica. La politica non può essere il luogo di decisioni solo esecutive. Se così fosse, non sarebbe politica, bensì tecnica. La politica è, per definizione, il luogo delle possibilità e delle scelte tra le possibilità, aperto al futuro. Se le possibilità, al plurale, scomparissero per lasciare il posto a un’unica grande possibilità, cioè alla necessità, avente come alternativa soltanto la catastrofe, allora avremmo fatto un passo decisivo all’indietro, perdendo la nostra libertà politica. Perché dovrebbero esistere allora partiti politici, movimenti sociali, ideali, visioni del mondo? Tutto ciò che si distacca dall’unico pensiero conforme al mondo che si è dato sarebbe solo devianza. Ma proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente”.

Abbiamo il dovere di essere il preludio di un mondo diverso, un mondo nuovo, un habitat adatto alla vita della mente, all’espansione della coscienza, all’esperienza di una qualità del sentire che normalmente resta invisibile, impercettibile, salvo in alcune sporadiche circostanze, come ad esempio un grande choc, una catastrofe che ci unisce, l’improvvisa realizzazione della propria bancarotta morale, una perdita immensa, il mistero della morte, il tenere un neonato in braccio, un certo sorriso o un certo sguardo di una persona amata, ecc.

Queste esperienze possono generare una poderosa, sebbene temporanea, capacità d’amore e di compassione (di libertà, uguaglianza, fratellanza), evidenza del fatto che si tratta di una facoltà rimasta latente nell’essenza della natura umana, oscurata da un processo “civilizzatore” e da un condizionamento educativo mal-concepiti e peggio indirizzati.

Purtroppo oggigiorno, e ormai da diverse generazioni, stiamo permettendo alla MegaMacchina di questa civiltà di colonizzare pure questo luogo sacrale che è la coscienza.

Se non cambieremo rotta trascineremo tutto il resto con noi nell’abisso involutivo verso cui siamo diretti.

Se vogliamo invertire questo corso e proseguire verso un eventuale prossimo stadio dell’evoluzione della coscienza umana e della vita sulla Terra, dovremo darci da fare, servirà un massiccio sforzo interiore ed intenzionale da parte dell’uomo.

Dovremo essere come centauri, contemporaneamente animali e spirituali, radicati nella Terra, ma rivolti al Cielo.

Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile ed inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura ad imparare nomi di piante ed animali, come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni.

I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, non diventano obesi, non soffrono di deficit di attenzione. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli; hanno voti più alti a scuola.

Diventano adulti intraprendenti ed autodeterminati, e l’autonomia ha bisogno di cittadini autonomi, non dipendenti dal potere centrale e da tutori surrogati dei genitori.

Gli alunni imparano a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali.

Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato ed apprendistato.

Esperti in pensione supervisioneranno assieme agli insegnanti certificati una varietà di progetti utili all’acquisizione di molteplici competenze (anche culinarie o teatrali). La terza età tornerà ad essere maestra della prima, come da tradizione.

Ci sarà un’intensificazione degli scambi culturali con i compagni di genitori immigrati. Grazie a questa adeguata trasmissione del patrimonio culturale e ambientale locale e globale avremo cittadini più civili, glocali ed eco-sensibili.

E.F. Schumacher (“Piccolo è bello”) ci ha insegnato che i veri problemi che affliggono il pianeta non sono economici e non sono di natura tecnica: sono filosofici.

Fonte: http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/05/la-democrazia-nella-via-lattea-dirittidoveri-di-un-mondo-nuovo/

Tratto da: Un Mondo Nuovo sta prendendo forma | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/12/22/un-mondo-nuovo-sta-prendendo-forma/#ixzz2Ft5wAzh2

Una risposta a “Un mondo nuovo sta prendendo forma.

  1. SIAMO IN TROPPI….semplicemente
    SIAMO SEMPRE STATI IN TROPPI….rispetto a spazio e tempo
    DIABOLICA-MENTE tutte le organizzazioni di qualsiasi tipo guadagnano e prosperano proprio per questo
    BASTA TEORIE MENTALI
    Om Erol

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