Anche la destra USA ora vuole spezzare le grandi banche,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Fabrizio Goria –

 

Cambia il vento al Congresso Usa dove anche i repubblicani ora appoggiano in  maniera crescente lo spezzatino delle grandi banche. E Obama, sicuro che non  potrà ricandidarsi, ha più margini operativi per una effettiva riforma  finanziaria. Si avvicina quindi la fine delle banche troppo grandi per  fallire?

– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! too-big-to-fail

La fine delle banche troppo grandi per fallire (e per essere salvate)  potrebbe essere vicina. Al Congresso è in aumento il partito di chi vuole porre  fine al predominio finanziario di poche istituzioni finanziarie, considerate  talmente grosse da non essere a conoscenza di ciò in cui hanno investito.  Divisione fra banche commerciali e banche d’investimento, regolamentazione più  serrata per evitare squilibri, aumento del capitale di vigilanza per  sopravvivere in caso di shock: la discussione verte intorno a questi punti. Ma è  il primo quello che conta di più. E se finora erano solo i democratici a voler  la netta divisione fra le attività commerciali e d’investimento delle banche,  ora sono anche i repubblicani che stanno attaccando Wall Street.

La riforma di Wall Street fortemente voluta da Obama è  fallita? È questa la domanda che rischia di non far dormire sonni  tranquilli al presidente americano. I casi di distorsione dei mercati sono tanto  estesi quanto irrecuperabili, come dimostra il recente caso di Bats, il terzo  operatore borsistico statunitense. O come nel caso di J.P. Morgan e della “London whale”, il trader che aveva aperto posizioni su derivati in modo così  massivo da poter mettere in pericolo l’esistenza della banca stessa.

Come riporta il Financial Times, i punti di  vicinanza fra repubblicani e democratici sul tema dello spacchettamento delle  grandi banche sono sempre di più. C’è poi un altro aspetto che potrebbe  garantire una maggiore velocità al fenomeno. Il presidente Obama, sicuro che non  potrà più sedersi nello Studio ovale, ha più margini operativi per una effettiva  riforma finanziaria. I democratici continuano a essere per la divisione fra  banche commerciali e banche d’investimento. In pratica, una riproposizione del  Glass-Steagall Act, la legge bancaria del 1933. Questa venne poi cancellata nel  1999 dal Gramm-Leach-Bliley Act, creato appositamente per permette la fusione  fra Citicorp e Travelers Group, che diede vita alla Citigroup che conosciamo  ancora oggi.

«Il problema non è tanto la misura, quanto la complessità  delle banche». È questo quello che dice a Linkiesta Mark Dow, hedge fund manager  con un passato al Fondo monetario internazionale e al Tesoro americano. La sua  visione è pragmatica. Con il crollo di Lehman Brothers si è vista la  ramificazione del sistema bancario mondiale. Per le banche, come per altri  settori finanziari, vale il “Butterfly effect”, secondo cui un evento  relativamente minimo in un’area può avere effetti devastanti in un’altra area. È  questo il punto su cui bisogna agire. Le dimensioni si possono gestire, le  interconnessioni no. Tuttavia, per Dow «la finestra per il cambiamento è  chiusa». Quello che si sta vedendo è da considerarsi «rabbia residua di Main  Street nei confronti di Wall Street». Inoltre, per Dow non possono sottovalutare  gli effetti collaterali di un’eventuale ridimensionamento delle banche  americane. «La fine dell’era delle grandi banche americane rischia di porle in  svantaggio rispetto alle altre banche internazionali», dice Dow.

Nello scorso luglio sono arrivate pesanti critiche  all’attuale sistema anche da Sandy Weill, amministratore delegato di Citigroup  al momento della sua fusione con Travelers Group. «Bisogna dividere le attività  commerciali da quelle di negoziazione, non c’è nessuno che sia too big to fail  (troppo grande per fallire, ndr)», disse Weill.

Ma tornare indietro è difficile, oneroso e forse inutile. Così la pensa Neil Barofsky, ispettore generale del programma  Troubled-asset relief program (Tarp), il piano salva-banche Usa nato nel 2008. «Si aggira solo il problema – dice a Linkiesta – dato che in ogni caso ci  saranno zone opache in cui ci saranno gli squilibri maggiori». È questo il mondo  dello shadow banking, il sistema bancario ombra che vale più di 67.000 miliardi di  dollari, fatto da intermediari finanziari non bancari, o Non-bank financial  intermediaries (Nbfi). «Pensiamo ai fondi d’investimento, ai veicoli esterni, a  tutto quello che non entra nei bilanci ufficiali. La banca è come un iceberg: si  vede solo la punta», dice Barofsky. E quello che è nascosto è potenzialmente più  dannoso di ciò che si vede.

Obama, dopo aver spinto per una riforma all’acqua di rose,  ha deciso che vuole spingere sull’acceleratore. A Wall Street c’è però una  figura che, si narra, sia più importante del segretario del Tesoro. Questa  persona è Jamie Dimon, il numero uno di J.P. Morgan. Come scrisse una volta il  Dealbook del New York Times, «nessuno è sia banchiere sia politico. Jamie Dimon  sì. Ed è per questo che il regno di Wall Street non perderà di smalto fintanto  che Dimon sarà nell’arena». Erano i giorni precedenti all’approvazione del  Dodd-Frank Act, che prima di passare al vaglio del Congresso subì così tanti  cambiamenti che perfino i suoi ideatori facevano fatica a riconoscerlo. La  riforma cambiò. Vinse Dimon. Vinse Wall Street.

Ora il vento è cambiato. Se perfino i repubblicani si stanno  avvicinando a posizioni simili a quelle liberal, significa che un nuovo modello  per le banche statunitensi è possibile. Dopo gli eccessi della finanza degli  ultimi anni cosa fare? Se è vero che il mondo dei subprime, ovvero i mutui  concessi anche a chi non avrebbe avuto le credenziali minime per richiederlo, si  è ridotto notevolmente, è altrettanto vero che il deleveraging è ancora lungo.  La riduzione degli attivi, del leverage e della dimensione delle banche, anche  come forza lavoro, è già iniziata. Ma da qui a definire un piano di separazione  fra banche commerciali e banche d’investimento il passo è lungo. Specie perché è  cambiato il modo di intendere la banca stessa.

Con il Gramm-Leach-Bliley Act sono nati giganti finanziari  che hanno appena la parvenza di una banca. Uno degli esempi può essere quello di  GMAC, la divisione finanziaria di General Motors. Ma la stessa Citigroup è  diventata in fretta un soggetto così grande e così ramificato da essere quasi  impossibile da gestire. «È come guidare un’utilitaria con il motore di un jet:  può solo avere l’illusione di averne controllo, che non avrai mai», scrisse nel  corso del 2009 l’economista Greg Mankiw. Ma tornare indietro solo per motivi  politici non solo potrebbe essere inutile, ma dannoso per l’intero sistema. «Meglio un lungo, lento e meglio strutturato deleveraging», disse Mankiw. Il  problema è che per farlo, come scrisse Goldman Sachs nel 2011, ci vorranno  decenni, non anni.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/banche-usa-wall-street-divisione#ixzz2HkQ4c3Nj

Tratto da: Anche la destra Usa ora vuole spezzare le grandi banche | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/12/anche-la-destra-usa-ora-vuole-spezzare-le-grandi-banche/#ixzz2HrfWsFzT
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

 

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