Breve studio della mente

 

Woman Doing Yoga
di Viola Schirru

Come è già stato detto precedentemente, “in quest’epoca occorre riabilitare la scienza in quanto Conoscenza che comprenda lo studio dell’invisibile, del sacro, dell’intangibile”. La scienza dello Yoga, che dovrà essere protagonista di questa riabilitazione, concepisce “scientificamente” l’essere umano come un sistema, all’interno del quale si deve operare, agendo sulla triade mente-corpo-emozioni.

 

In questa triade, ogni singolo elemento influenza ed è correlato inscindibilmente con gli altri due, e funziona finché l’intero sistema eroga e riceve energia.
Di questi tre elementi, il più potente è senz’altro la Mente, poiché è “la magia e la prigione di ogni essere vivente su questo pianeta”.

 

In occidente, la mente è stata indagata “a compartimenti stagni”, ossia da singole discipline che si limitavano al loro campo di azione o conoscenza, dimenticando come l’oggetto della loro ricerca fosse un sistema vitale, nel quale ogni parte interagisce con l’altra, direttamente o indirettamente.
La frammentazione delle metodologie e discipline, per lo studio di uno strumento potentissimo e estremamente complesso come la mente, ha indebolito il comune intento, terminando inevitabilmente in un plateale buco nell’acqua.
Comportamentisti, cognitivisti, neurologi, filosofi, psicologi, antropologi, artisti, hanno saputo cogliere la parte, e mai il tutto. E poiché il tutto è superiore alle singole parti, le quali hanno ben poco senso se analizzate singolarmente, i segreti della mente non sono ancora stati scoperti fino in fondo.

Sono affascinanti gli studi psichiatrici sulle patologie della mente, o sulle difficoltà cognitive riscontrate in soggetti che hanno subito lesioni cerebrali parziali o totali,poiché hanno consentito di “smontare” il cervello, mostrandone il funzionamento“tecnico”.
Anche questi esperimenti, però, hanno raccolto un numero insufficiente di informazioni. Come se fosse stata strappata una pagina del libretto di istruzioni della macchina cerebrale, una pagina mai più ritrovata, al tutto “mente” mancava semprequalcosa, qualcosa che unificasse in modo “senziente” le varie parti, che le governasse, le guidasse, che insomma umanizzasse lo strumento.
Evidentemente, questo qualcosa non poteva trovarlo una singola “scienza”, la qualeera palesemente sprovvista degli strumenti adatti.
Purtroppo, l’istinto alla separazione e l’avidità dell’uomo hanno fatto sì che ben pochi studiosi “deponessero le armi”, accademiche e non, e con umiltà ammettessero di non potercela fare da soli, col solo limitato strumento delle proprie “discipline”, e decidessero di collaborare in sinergia con altri colleghi scienziati, valicando gli ostacoli della ristrettezza mentale e dell’attaccamento al proprio background formativo.
Ma tra i pochi, qualcuno ci ha provato seriamente, e il risultato è stato un approfondito studio sul funzionamento della mente, sulla cognizione e sulla meditazione, al quale hanno collaborato il neuroscienziato Francisco J. Varela (noto per la sua teoria dell’autopoiesi), la psicologa Eleanor Rosch e il filosofo EvanThompson.

I tre “scienziati” hanno unito energie, menti e conoscenze, utilizzando la “chiave”dell’autopresenza, dell’osservazione di sé, per risolvere l’intricata questione della “coscienza unificatrice”.
Dal loro studio, nasce il testo al quale, nella traduzione italiana, è stato dato il titolo La via di mezzo della conoscenza, con preciso riferimento alla filosofia del monaco buddhista Nagarjuna, mentre il titolo originale, molto più esaustivo, è The Embodied Mind. Cognitive Science and Human Experience.
Sebbene il pionieristico studio abbia interessato molti “studiosi della mente”, lo ha fatto però soprattutto nell’ottica di una “mente incorporata”, piuttosto che in quella innovativa dell’autopresenza, concetto ancora indigeribile per la cultura occidentale accademica.
Sono pochi, infatti, gli scienziati che oggi abbracciano l’importanza degli studi su mente corpo (ed emozioni), da sempre oggetto dello yoga e della meditazione, anche se si stanno diffondendo psicologi e neuroscienziati che integrano la meditazione e i suoi effetti nelle loro ricerche e terapie (è il caso, ad esempio, della Mindfulness).
Nell’indagine occidentale sulla mente, comunque, c’è ancora da menzionare un altro studio innovativo, che precede di un decennio quello rivoluzionario di Varela, Rosch e Thompson. Verso la fine degli anni ’70, uno scienziato particolarmente curioso, Benjamin Libet, e i suoi precursori, i quali hanno scoperto il “potenziale di prontezza motoria”, non si sono arresi all’idea di una mente-circuito elettrico.
Spinti anche da un certo orgoglio di “specie”, invece che fermarsi ai fatti immediatamente disponibili ai loro occhi e al loro background teorico, sono andati oltre, alla ricerca di qualcosa di più profondo, che potesse dare alla mente dignità di strumento “umano”, piuttosto che computazionale o elettrico.

Libet, neurofisiologo, intendeva studiare la relazione tra attività cerebrale e la coscienza di un movimento volontario, al fine di stabilire l’esatto momento in cui un soggetto diventasse consapevole della sua decisione di agire.
Per verificarlo, ha effettuato alcuni esperimenti, durante i quali i soggetti esaminati dovevano decidere liberamente di muovere un dito o di piegare il polso, e segnalare,su un particolare orologio da lui progettato, il momento esatto nel quale ritenevano di aver deciso di effettuare il movimento.
Nell’analisi dei risultati dell’esperimento, Libet si focalizzava sul “potenziale di prontezza motoria”, che indica un incremento graduale dell’attività elettrica, visibile nell’elettroencefalogramma come un’onda che ha inizio circa un secondo prima diogni movimento volontario, ed è generato dall’area motoria supplementare, coinvolta nella preparazione dei movimenti.
Ha dunque rilevato che il movimento si attiva prima del momento nel quale i soggetti sostengono di aver preso la decisione di compierlo, scoprendo un’asincronia tra coscienza dell’azione e azione stessa.

Le conclusioni che si possono trarre da questa scoperta sono semplici, ma l’essere umano tende a complicarsi le cose.
Gli studi di Libet sono serviti ai più per limitanti elucubrazioni mentali, sminuendo la portata di una scoperta del genere e, purtroppo, fermandosi lì. In molti, compreso lo stesso Libet, hanno riflettuto a fondo sulla correlazione tra coscienza e azione, su un essere umano ”agito” o che “reagisce”, sottolineandone l’importanza in relazione all’inflazionato “libero arbitrio”.
Il libero arbitrio, che dalla libertà interiore di socratica memoria del nobile “Nosce teipsum” è oggi diventato un alibi per guardare alla propria libertà esteriore, piuttosto che a quella interiore, illudendosi di poter ottenere l’una bypassando l’altra, ha risucchiato l’attenzione di coloro che si sono interessati ai risultati ottenuti da Libet.
In realtà, modificare l’esterno senza prima aver modificato l’interno è impossibile, inutile e presuntuoso, in quanto la vera libertà è prima di tutto consapevolezza e responsabilità del proprio agire, quell’attenzione costante al “sé” che sola garantisceun’indomita volontà, garanzia dell’azione di un uomo libero e non della “reazione “ di uno schiavo.

A un’osservazione più approfondita, il risultato ottenuto da Libet, infatti, altro non è che una “prova empirica”, scientifica, della passività e inconsapevolezza dell’essere umano, il quale è costantemente al centro di dinamiche stimolo-risposta, come un animale o una macchina.
L’essere umano svelato da Libet è un animale che agisce, anzi, risponde randomicamente a impulsi che lo governano come uno schiavo.
Un essere del genere potrà anche sforzarsi ogni giorno di essere migliore, di riparareai suoi errori, di vedere per un attimo la gabbia nella quale è rinchiuso, ma senza il controllo cosciente delle oscillazioni della mente e la conoscenza del suo effettivo funzionamento, non potrà mai raggiungere risultati stabili e duraturi.
Nel continuo confronto con il fallimento, dovuto principalmente alla scelta di un’errata prospettiva “estroversa” per la risoluzione di un problema “interno”, l’essere umano può a un certo punto scegliere di arrendersi alla sua “crudeltà ed egoismo”, o all’inerzia che, pari alla forza di gravità, lo trascina in basso. Può anche provare a combattere, ma lo farà contro i mulini a vento, sprecando le sue energie e rialzandosi da ogni battaglia sempre più frustrato.
Occorre per questo adottare una via di fuga, che consiste nell’andare contro corrente e, con enorme sforzo, guardarsi sinceramente dentro.

 

Non è facile. E  per farlo si potrebbe partire, appunto, dalla mente, dalla sua osservazione. Ma la mente oscilla continuamente da uno stimolo all’altro, catapultandosi, con la benzina dell’emozione, in tempi e spazi che non sono mai il “qui e ora”, il presente.
Se si vuole osservare immediatamente quanto l’essere umano sia “schiavo di se stesso”, si deve piuttosto concentrare l’attenzione sul corpo, l’unico della triade mente-corpo-emozioni a restare nel presente.
Nel corpo, si riflette l’attività della mente, sia quella di breve periodo (un pensiero) che quella di lungo periodo (ad esempio un’abitudine, un loop mentale).
Per questo motivo, osservando l’inconsapevolezza del corpo, si potrà verificare quella della mente. A questo fine, potrà essere utile sperimentare un semplicissimoesercizio di osservazione di sé, che può essere fatto in qualunque luogo e momento.

 

Ovunque voi siate, chiunque abbiate a fianco o davanti, e in qualunque posizione vi troviate, provate. Potete farlo.
Partiamo proprio dalla posizione. Siete seduti? Siete in piedi? Come avete sistemato le gambe? Sono accavallate? La destra è sopra la sinistra o viceversa? Sono entrambe poggiate a terra, sono immobili o un piede si muove nervosamente? Osservate. Seriamente. Meticolosamente. Osservate.
E osservate la schiena. A meno ché non decidiate di sperimentare l’esercizio in un contesto nel quale dobbiate sforzarvi di tenerla diritta, sicuramente sarà curva, storta, come abbandonata.
La schiena, per la maggior parte del tempo, viene infatti ironicamente confusa dal suo proprietario con il dorso di un mollusco, che è privo di colonna vertebrale. E’ sconvolgente rilevare che non sia così: abbiamo la capacità di tenere la schiena drittae, anzi, questa è la sua posizione più dignitosa. Continuate ad osservare.

 

Osservate, perché la sola osservazione sta generando un cambiamento. Fissate benein mente un concetto fondamentale: l’osservazione genera cambiamento, l’osservatore modifica l’oggetto osservato. Fissare l’attenzione su un punto, lo illumina.
La riflessione su questo singolo, elementare concetto, può generare all’interno un’esplosione che brucia il nostro combustibile di ignoranza e inconsapevolezza. Un’esplosione migliaia di volte più potente delle elucubrazioni mentali frutto della lettura di decine di libri new age, di “spiritualità” o pseudo tali. La verità è semplice.

 

Torniamo all’esercizio. Fate un altro sforzo di attenzione. Vi ricordate in quale momento e perché avete adottato quella specifica posizione? L’avete assunta consapevolmente, volontariamente? O deriva, piuttosto, da un mix di adattamento meccanico e abitudini posturali? Per la maggior parte dei casi, sarà la seconda possibilità. Il che è inquietante. E’ inquietante perché il corpo è strettamente collegato alla mente e alle emozioni. Il fatto di non possedere più che la minima consapevolezza di un elemento di questa triade, il più immediato, mostra quanto scarsa sia la consapevolezza degli altri due, e del sistema in generale.
Con lo studio del sistema e un’approfondita osservazione personale, a un certo punto  si scopre che dietro una semplice postura si nasconde un complesso microcosmo. Dentro a un’abitudine fisica, si trovano anche un’abitudine mentale e una emozionale. Ma anche dietro una scelta posturale “improvvisata”, risiede un pensiero o un’emozione momentanei, che però noi non riusciamo a identificare istantaneamente con la postura corporea. Se fossimo consapevoli del nostro sistema, questo riconoscimento ci verrebbe naturale.

 

Anche in questo caso, provare per credere. Qui l’esercizio si fa più complicato. Occorre staccare gli occhi dalla lettura, e guardare altrove. Tempo pochi secondi, e la nostra mente produrrà, o meglio si riempirà di contenuti.
Provate a tenere presenti tutti i pensieri che la vostra mente produrrà in cinque minuti. Provate a fermarli e prenderne il capo, come se fossero delle corde. Risalite queste corde, osservando quindi il collegamento con l’emozione che le ha generate, una per una. Provate poi a collegare l’emozione a un ricordo. Ci riuscite davvero?

 

Alcuni pensano che sia inutile porsi domande del genere. Alcuni sostengono che l’amnesia pressoché totale nella quale sprofondiamo, per grandissima parte del tempo, sia un modo in cui la mente ottimizza la sua memoria interna. Ma questo equivarrebbe a dire che la mente umana poco si discosta da un computer.
La mente, invece, è molto di più. E un essere umano, che aspiri a divenire consapevole, dovrebbe pretendere che la propria mente sia un perfetto strumento per fare esperienza nel Mondo. Non uno mediocre e mal funzionante.
Si può utilizzare un esempio, per spiegare il concetto.
Poniamo che abbiate comprato uno stereo e vogliate sintonizzarlo sulla frequenza 100, che corrisponde alla vostra radio preferita. Lo fate, ma l’audio è pieno di interferenze. Provate a spostare lievemente il sintonizzatore, ma l’interferenza continua. Vi alzate, vi guardate attorno e individuate il vostro cellulare. Lo spostate, credendo sia lui a generare interferenza. Sbagliato, perché l’interferenza continua. E ora si aggiunge un altro disturbo, parecchio inquietante: il sintonizzatore si sposta da solo e non riuscite proprio a fermarlo, come se fosse dotato di vita propria.
Uno stereo del genere sarebbe uno strumento inefficiente, e chiunque lo riporterebbe al negozio o se ne libererebbe in altro modo. Molti ne sarebbero perfino terrorizzati.

 

Pensiamo però, che la nostra mente, all’attuale stato di in-consapevolezza, funziona allo stesso modo, e idem le nostre emozioni.
Il corpo è al limite, perché può essere controllato molto più agevolmente, ma solo con sforzo e attenzione. Altrimenti, come abbiamo visto, si affloscia e si sistema “come vuole lui”, facendosi beffe del suo presunto padrone: noi.
Se quanto è stato detto fino a qui non vi suscita nulla, perché vi sembra sufficiente che il vostro sistema mente-corpo-emozioni adempia alle funzioni principali, ossia aciò che serve per agire nel quotidiano e alla sopravvivenza, fermatevi pure qui.
Se invece dentro vi si è mosso qualcosa, andate avanti.

 

Fatevi qualche domanda, rispondendovi sinceramente. Rispondete a voi stessi e siate sinceri come lo specchio che interrogate la mattina prima di uscire di casa, che nonmente mai, se avete orecchie per ascoltarlo. E poi, soffermatevi un attimo in una riflessione.
Siete felici? Vi sentite al sicuro? Trovate semplici e armoniosi i rapporti con gli altri esseri umani? Abitate in un mondo che ritenete sicuro, evoluto, splendente? Vi alzate la mattina col desiderio sfrenato di gettarvi in un’altra frenetica ma eccitante giornata, alla fine della quale vi sentirete più ricchi in tutti i sensi? O piuttosto, avviene più o meno così: vi svegliate un po’ incavolati (a volte molto), con la nostalgia dell’ipnosi del sonno, con l’ansia latente che vi accarezza il collo con la sua mano gelida, e la testa immediatamente piena di pensieri su cose da fare, su come farle e quando farle, mentre il corpo si contorce maldestramente o si muove automaticamente in gesti meccanici, ripetuti migliaia di volte, senza interesse, con gli occhi o le orecchie distratti da immagini e suoni “tristemente colorati”? Continuo, o vi state riconoscendo, nauseati?
Se il sistema corpo mente emozioni funziona come lo stereo descritto poco fa, non ci si può stupire del risultato.
E’dunque giunto il momento di agire, invece che reagire.

 


Neuroscienze e libero arbitrio – Esperimento di Libet

 


 

TRATTO DA: http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Libet.html

VITA
Benjamin Libet è nato a Chicago nel 1916.
Studiò fisiologia all’Università di Chicago, laureandosi nel 1939.
Tra il 1945 e il 1948 fu assistente presso l’Università di Chicago.
Nel 1956 condusse delle ricerche insieme a John Eccles a Canberra (Australia). Successivamente fu nominato professore emerito al Medical Center dell’Università della California (San Francisco) e presso il Center for Neuroscience della stessa università.

 
PENSIERO
Benjamin Libet, insieme ad alcuni collaboratori, in una serie di esperimenti condotti nei primi anni ’80, si poneva l’obiettivo di trovare delle relazioni quanto più possibili precise tra l’esperienza cosciente (vedi coscienza) e l’attivazione di determinate zone cerebrali.
Le indagini sul campo condotte da Libet possono essere generalmente divise in due fasi principali:

1. Ricerche tese a mettere in rapporto la percezione cosciente di stimoli sensoriali (tattili) con i relativi correlati neurali. Libet trovò che le stimolazioni a livello cutaneo venivano percepite consapevolmente dal soggetto soltanto dopo circa 150 msec. dopo il loro inizio, mentre non veniva avvertita alcuna sensazione se lo stimolo durava meno di 150 msec.
In un’altra serie di esperimenti, in cui i soggetti erano stimolati con deboli correnti per mezzo di elettrodi inseriti direttamente in zone circoscritte della corteccia note per il loro coinvolgimento nella sensazione cutanea (1), Libet rilevò invece un intervallo di tempo di circa 0,5 sec. tra la sollecitazione e la relativa esperienza avvertita a livello cosciente. Anche in questo caso, se la sollecitazione aveva una durata inferiore, non veniva percepita coscientemente dal soggetto.

2. Ricerche che miravano a individuare la relazione tra l’intenzione cosciente – la volontà del soggetto – di compiere determinati movimenti e l’attivazione di specifici gruppi neuronali, segnalata da potenziali elettrici misurati con elettrodi collocati sul cranio. Come indicatore. Libet utilizzò il cosiddetto potenziale di preparazione, scoperto da Kornhuber e Deecke nel 1965 (2) e osservato in corrispondenza di tutte le azioni volontarie. 
Gli esperimenti, condotti con diverse varianti, su alcuni studenti volontari, consistevano essenzialmente in questo. Al soggetto veniva chiesto, in istanti scelti liberamente, di muovere un dito o di piegare un polso. Nello stesso tempo egli doveva prender nota del momento esatto in cui era sorta la decisione di compiere il movimento, individuando il punto preciso occupato da un punto luminoso in rotazione su uno schermo.
Sulla base di questo dispositivo sperimentale, Libet potè accertare che esiste un notevole intervallo temporale, non solo tra il manifestarsi del potenziale di preparazione, che indica un’attivazione neurale tesa a predisporre una determinata azione e l’inizio dell’azione stessa (non meno di 0,5 sec.), ma anche tra la prima comparsa del potenziale di preparazione e l’affiorare alla coscienza dell’intenzione di “voler” compiere l’azione: l’intenzione sorge circa 300-350 msec. dopo la prima comparsa del potenziale di preparazione.

Le conclusioni tratte da Libet furono che le azioni volontarie incominciano a livello neurale, come segnalato dal potenziale di preparazione, e solo successivamente (dopo almeno 300-350 msec.) il soggetto diviene consapevole dell’intenzione di agire. Se tuttavia l’attività cerebrale preposta all’azione volontaria si manifesta prima del sorgere della volontà di agire, questa appare piuttosto una conseguenza dell’attività stessa, e non il fattore che la determina. E’ facile rendersi conto che, in tale prospettiva, la concezione di un soggetto in grado di agire in maniera autonoma appare irrimediabilmente compromessa.
Libet suggerisce di assegnare al libero arbitrio un ruolo più ridotto rispetto a quello ad esso riconosciuto tradizionalmente: il libero arbitrio non consisterebbe nella capacità di dare il via all’azione, bensì nella possibilità di decidere nel momento del manifestarsi dell’intenzione cosciente (300-350 msec. dopo l’inizio del potenziale di preparazione, ma 150-200 msec. prima dell’effettivo inizio dell’azione), se dar corso all’azione o se inibirla. Il ruolo della volontà – del libero arbitrio – si svolgerebbe, nell’ottica libettiana, soltanto nel senso del controllo, dell’inibizione, nei confronti di azioni che vengono predisposte, in maniera del tutto inconscia, a livello neuronale.
Gli esperimenti di Libet, al di là delle conclusioni di questi raggiunte – conclusioni del resto non condivise da molti autori – hanno comunque una notevole componente innovativa. Essi, infatti, pongono la base per un’indagine sulla coscienza che cerchi di conciliare l’esigenza del rigore scientifico, quindi dell’oggettività, con quella di dare il giusto rilievo a una delle principali caratteristiche della coscienza: la sua dimensione soggettiva. Questo spiega la cura posta da Libet nell’affiancare sempre il monitoraggio strumentale delle attività a livello neuronale con i resoconti introspettivi riportati dai soggetti in esame.
Concludendo, vale la pena di osservare che Libet è stato il primo ad operare una distinzione, di fatto, tra coscienza passiva, riferita alla rilevazione consapevole delle diverse sollecitazioni agenti a un determinato istante sull’organismo, e coscienza attiva, che può essere fatta coincidere con la volontà. Libet non ha mai utilizzato i termini “passivo” e “attivo” parlando della coscienza, ma approntando due serie di esperimenti per studiare separatamente questi due aspetti, mostra implicitamente di aver colto la fondamentale diversità tra questi due aspetti della coscienza.

————-
NOTE
(1) Libet, utilizzò per questi esperimenti, dei soggetti neurologici, ossia pazienti che dovevano essere sottoposti ad operazioni al cervello.
(2) H. H. Kornhuber, L. Deecke, Hirnpotentialänderungen bei Willkürbewegungen und passiven Bewegungen des Menschen: Bereitschaftspotential und reafferente Potentiale, in “Pflügers Archiv für Gesamte Physiologie”, 1965, 284, pp.1-17

 


 

 

Il confine tra neuroscienze e libero arbitrio

tratto da: http://www.scienzainrete.it

La messa in dubbio di una delle certezze più consolidate del genere umano – quella di possedere un libero arbitrio – è arrivata dalle neuroscienze. Una disciplina relativamente nuova, che è stata definita (fonte: Enciclopedia Britannica) lo studio “dell’anatomia, la fisiologia, la biochimica, la biologia molecolare del sistema nervoso e, in particolare, della loro relazione con il comportamento e l’apprendimento”.

 

PARTIAMO INTANTO DAI FATTI

 

Benjamin Libet – docente e ricercatore presso la University of California di San Francisco – nel 1985 [1] ha confrontato, in una serie di esperimenti, il momento della consapevolezza del paziente a svolgere un’azione elementare (come piegare il proprio polso) con il momento del manifestarsi nel cervello di potenziali elettrici responsabili del comando verso i tessuti muscolari. Sorprendentemente è successo quanto segue:

Il potenziale di prontezza motoria (PPM), la cui insorgenza viene comunemente associata a uno stimolo per i muscoli dei principali arti, ha cominciato a svilupparsi non solo prima dell’inizio del movimento ma anche circa 200 millisecondi prima che il paziente si rendesse conto di aver preso una decisione. Questo implicherebbe che il comando sia partito prima che si sia formata l’idea di averlo dato, ossia che il nesso causale fra decisione, attivazione celebrale e movimento sarebbe tutt’altro che semplice e unidirezionale.

 

Risultati coerenti sono stati ottenuti anche da John Dylan Haynes, professore presso l’Università di Berlino presso il Center for Computational Neuroscience. Questi, osservando [2] il tipo di attivazione elettrica del cervello (presenza di potenziali in certe aree piuttosto che in altre) ha mostrato di poter predire, con una tolleranza assolutamente ragionevole, quale sarebbe stata l’azione che il paziente avrebbe compiuto, considerato un certo insieme di possibilità specifiche.

 
Altre evidenze simili sono state citate da Michael Gazzaniga, professore di psicologia presso l’Università della California di Santa Barbara, nel libro “Chi comanda?” uscito in edizione italiana da pochi giorni [3].

 

Che cosa si può ricavare da tutto questo? Beh, un’ipotesi di illusorietà del libero arbitrio – che sarebbe solo il risultato di un processo di razionalizzazione ex post inconsapevole – ma anche niente di così clamoroso: solo qualche informazione di dettaglio in più su processi tutto sommato secondari nel funzionamento ancora non adeguatamente compreso di mente e cervello.
Può stupire il fatto che dagli stessi esperimenti possano derivare due tesi opposte, peraltro ciascuna sostenuta da un discreto numero di scienziati con tanto di teorie e pubblicazioni. C’è però un aspetto di cui tener conto: il framework teorico delle neuroscienze non è ancora sufficientemente stabile per poter dare interpretazioni generali sull’intero funzionamento di un sistema nervoso senza compiere qualche passaggio arbitrario.

 

Da una parte ci sono, dunque, coloro che hanno puntato sulla non esistenza del libero arbitrio. Questa tesi ha trovato seguaci non solo fra chi si occupa di neuroscienze ma anche in scienziati o filosofi vicini al mondo dell’IA (Intelligenza Artificiale) cosiddetta forte. Non saremmo liberi perché le funzioni mentali sarebbero – come riteneva Spinoza – il risultato di processi fisici elementari (potenziali che variano, sinapsi che si attivano) a loro volta direttamente determinati dai soli stimoli ambientali. Oppure perché, come hanno affermato il pioniere delle scienze cognitive Marvin Minsky e il filosofo-matematico Douglas Hofstadter, la mente sarebbe solo un algoritmo capace di girare in un organo biologico esattamente come in un computer che ne simuli gli aspetti essenziali [4] e quindi risponderebbe sempre nello stesso modo agli stessi input.

 

IL PROBLEMA DI FONDO

 

Da un lato gli esperimenti di neuroscienze su cui esse si fondano trattano situazioni estremamente semplificate e routinarie, in cui anche un’ipotesi di automatizzazione non permetterebbe facili generalizzazioni all’intera gamma dei casi.
Dall’altro, le realizzazioni di IA basate su modelli software delle funzioni mentali hanno, finora, risolto teoremi, tradotto in modo quasi soddisfacente molti linguaggi naturali, superato il test di Turing in varie forme e via dicendo ma sono ancora ben lontane dal poter essere definite intelligenti.

 

Il fronte di chi sostiene che, con o senza certe limitazioni marginali, siamo liberi è decisamente più nutrito e gode di una maggior considerazione in ambito scientifico e filosofico.

 

LA LIBERTÀ VIENE GIUSTIFICATA PRINCIPALMENTE IN DUE MODI

 

Il primo deriva dall’applicazione della meccanica quantistica e ha trovato il suo capostipite nel filosofo e matematico Roger Penrose. La mente umana non sarebbe capace soltanto di un pensiero deduttivo, ossia algoritmico ma anche associativo, tanto è vero che, ad esempio, di fronte a dilemmi insolubili per le macchine (tipo quello dell’asino di Buridano) riusciamo a decidere, eccome. Ci sarebbe quindi, qualcosa nel nostro cervello che ci permetterebbe di uscire da tali situazioni problematiche e Penrose lo ha identificato in una aleatorietà latente che permetterebbe a fronte dello stesso input di produrre output diversi, ossia in sostanza discegliere. Una aleatorietà dovuta all’indeterminazione intrinseca dei processi avvenuti su scala atomica o molecolare.

 

Il problema che questo approccio pone dipende principalmente dall’applicabilità della meccanica quantistica al di fuori del mondo dell’infinitamente piccolo. E’ vero che alcuni oggetti macroscopici espongono comportamenti di tipo quantistico [9] ma è un ambito ancora non completamente sondato. E’, invece, prevalente la convinzione che nel mondo macroscopico le fluttuazioni quantistiche statisticamente si annullino, facendo in modo che la realtà possa essere ben descritta dalla meccanica classica, che come sappiamo non lascia spazio a niente di casuale o indeterminato. E’ una posizione che, per certi versi, nasconde un certo approccio platonico di fondo (la libertà ha origine al di fuori della scienza) e che, come tale, è apprezzata anche da chi punta alla conciliazione fra libero arbitrio e presenza di un’anima di tipo trascendente [8].

 

Il secondo modo con cui si è tentato di spiegare la libertà ha previsto il ricorso alla teoria dei sistemi complessi e in particolare al concetto di proprietà emergente. Appartengono a questo filone scienziati come il premio nobel Gerald Edelman [10] e filosofi come John Searle [5]. Il concetto di base è che un sistema complesso può essere definito tale se espone delle proprietà che non possono essere dedotte da quelle dei suoi costituenti elementari. Un esempio classico è il colore: gli oggetti macroscopici hanno un colore, mentre i loro protoni, elettroni, neutroni no. E’ solo quando questi sono organizzati in atomi o molecole che, assorbendo certe frequenze della radiazione luminosa e respingendone altre, manifestano, nei confronti dell’occhio umano, un comportamento che, presi singolarmente, non espongono. Edelman ha argomentato la sua posizione sulla mente con una spiegazione estremamente profonda, chiamata Teoria della Selezione dei Gruppi Neurali. Abbastanza convincente, come tesi, se non fosse per un problema: che cos’è, esattamente, una proprietà emergente? Qual è la sua definizione operativa per differenziarla da una proprietà, per così dire, comune? E soprattutto: se anche il libero agire è un comportamento emergente perché e come, a un certo punto nella storia evolutiva e sociale dell’uomo, è effettivamente emerso?

 

Eccoci, quindi, alla fine del nostro percorso, in virtù del quale non possiamo né negare tout courtl’esistenza del libero arbitrio né essere totalmente certi della sua esistenza.

 

Le neuroscienze non hanno messo la parola fine alla questione ma uno è di sicuro il contributo che hanno portato: la possibilità di guardare il cervello non solo come una black box ma anche come un oggetto con dei processi interni osservabili.

 

Basterà tutto questo per scoprire scientificamente se e quanto siamo liberi?

tratto da: http://www.fabioghioni.net/

Attraverso:http://www.astronavepegasus.it

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