E il presidente dell’Islanda disse: “I mercati finanziari? Contano di più democrazia, diritti umani, stato di diritto”

President Olafur Ragnar Grimsson of Iceland visits Russia

Purtroppo il meccanismo è conosciuto e pure ben oliato. Inevitabilmente c’è un debito pubblico da saldare e ci sono le Banche da salvare. E c’è una Troika composta da Fmi, Ue e Bce, preposta a chiedere sacrifici enormi agli Stati d’Europa. Così i cittadini vedono i loro stipendi devastati, le tasse aumentate e i servizi sociali spariti in cambio di prestiti a tassi usurai che fanno ancora levitare il debito.
E i governi spennano le popolazioni a favore dei principali responsabili dei disastri economici sotto la minaccia costante del default, ingigantendo ad ogni passo la recessione e soffocando ogni minima possibilità di ripresa o crescita. Una spirale perversa alimentata da poteri finanziari, organismi extranazionali, politici compiacenti e media fiancheggiatori preposti a inculcare in ogni testa l’ineluttabilità delle manovre. In tutta questa storia c’è però anche una bellissima isola europea adagiata nell’Oceano Atlantico, tra la Groenlandia e la Gran Bretagna, che conta poco meno di 320mila abitanti. Il suo nome è Islanda ed ha dimostrato al mondo intero come una strada diversa possa essere percorsa.
Immancabili Soloni, spesso appesi a fili da burattinaio, accusavano i governanti islandesi di incredibile incoscienza. Ma loro hanno marciato con schiena diritta, mettendo gli interessi del popolo davanti a quelli della finanza. E, prima il Fmi (Fondo Monetario Internazionale) e poi l’Etfa (European Free Trade Association), hanno dovuto ammettere, non senza stridore di denti, che avevano ragione. Fino a riconoscere loro perfino la mancanza di un obbligo di risarcimento completo degli investitori stranieri, dopo la scelta fatta di abbandonare al fallimento le Banche responsabili del disastro economico, e di mettere i banchieri colpevoli in manette, anziché regalargli montagne di soldi pubblici per ricapitalizzarli come avviene altrove.
Quell’isola nordica, ricca d’acqua cristallina e montagne verdi, vulcani dai nomi impronunciabili e gente fiera, ha dato una lezione a tutti. Si trovava nella stessa condizione di Grecia e Cipro, di Portogallo e Irlanda, di Spagna e, a voler esagerare (ma non tanto), Italia e le volevano imporre la solita cura a base di austerità, con tagli e tasse, rinunce per tanti e privilegi per pochi. Una cura che ha ridotto in povertà gli Stati dove ha trovato applicazione invece di guarirli, tanto da farla temere ormai più del male che pretende di debellare. Una realtà divenuta evidente ai più e perfino a quanti un tempo difendevano le dosi draconiane di quel medicamento somministrate da governanti come Monti, perché altrimenti – preconizzavano – faremo la fine della Grecia. Strano vederli ora nei panni dei fustigatori di tasse e tagli esagerati che ammazzano l’economia e il lavoro.
Nell’Isola dei ghiacci hanno fatto il contrario di quanto banchieri ed avvoltoi della finanza domandavano. Chiedevano di salvare le Banche che avevano portato al disastro economico e di tartassare i cittadini e loro hanno risposto in coro: no, grazie, sono aziende del mercato e quindi falliscano come le altre. E in ogni caso viene prima l’interesse del popolo. Anche agli islandesi rinfacciavano di aver vissuto sopra le loro possibilità, gli dicevano di dimenticarsi il vigente sistema pensionistico, quello sanitario e quello dell’istruzione insieme a tutto lo stato sociale perché non se lo potevano più permettere. Ma donne e uomini, lavoratori e studenti, imprenditori, intellettuali e governanti di quelle fredde lande hanno risposto in definitiva più o meno così: ciò che non possiamo davvero permetterci è di farci succhiare il sangue dai vampiri della finanza che nulla ci danno in cambio.
Ed allora hanno fatto circolare bugie, sminuito l’operato del coraggioso Stato, detto che l’Islanda è realtà troppo piccola e dunque il suo esempio non è calzante. Ma quanta interessata falsità si può nascondere in tali affermazioni? E’ davvero determinante la dimensione geografica o demografica, oppure un modello economico può valere sia per i piccoli che per i grandi Stati? Forse si potrà discutere di tanti risvolti, ma di sicuro il caso Islanda è da analizzare. E forse si ha solo paura dell’esempio che quell’Isola tenace ha dato al resto d’Europa, e non solo.
Basta tirare le somme e inquadrare i risultati. A pochi anni dal tracollo delle sue Banche (2008) e dalla crisi dell’apparato economico il Paese dei ghiacci vanta risultati migliori della maggior parte degli altri Paesi del Vecchio Continente, con una disoccupazione sotto il 5 per cento e un tasso di crescita vicino al 3 per cento annuo. Ha nazionalizzato i principali istituti di credito, fatto referendum, svalutato, investito, spezzato il cappio dei prestiti internazionali e vinto la sua guerra dimostrando quanto fosse pretestuoso il vociare di banchieri e sodali vaticinanti disastri. Gli islandesi hanno rifiutato di ridursi schiavi e si son resi liberi impugnando la sovranità che loro compete, come si evince dalle parole pronunciate durante un’intervista dal presidente Olafur Ragnar Grimsson di cui qualsiasi governante dovrebbe far tesoro. “Per il nostro popolo – ha affermato – abbiamo lasciato che le Banche fallissero, instaurato dei controlli sui cambi e cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale”. Bello, no? Ci pensate? Un presidente che ha a cuore prima di tutto i suoi cittadini e li difende da provvedimenti lacrime e sangue cari ai predatori della finanza. Che consente loro di esprimersi con strumenti democratici, magari chiede sacrifici ma ne spiega il perché e dimostra poi nei fatti quanto servano davvero al popolo e non ai parassiti.
E’ una vicenda consolante, di quelle che vorresti sempre raccontare. Quella di un Paese che ha dimostrato al mondo intero di aver fatto bene a imboccare certe strade e di essere adesso ben lontano dalle situazioni simil Cipro o simil Grecia in cui volevano gettarlo. E’ ancora il presidente d’Islanda a spiegare pubblicamente i valori che hanno ispirato quelle scelte, sancendo cosa significhi essere un politico nel senso più nobile del termine. “Abbiamo prima di tutto preso coscienza del fatto che non si trattava solo di crisi economica e finanziaria, ma anche di crisi politica, democratica e perfino giudiziaria – spiega Grimsson – Un esercito di esperti e di autorità finanziarie però mi diceva: se autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni. Una prospettiva apparentemente catastrofica. Ero dunque davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto (e l’ho detto anche agli amici europei):la parte più importante della nostra società non sono mica i mercati finanziari. E’ la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto”. Non gli interessi delle Banche… capito che lezione? Ma già, scusate, dimenticavo: l’Islanda è solo un’isola fredda e lontana adagiata nell’Oceano Atlantico e soprattutto… è una realtà troppo piccola da considerare. O no?

http://notizie.tiscali.it/socialnews/Dess/6871/articoli/E-il-presidente-dell-Islanda-disse-Pi-dei-mercati-finanziari-contano-la-democrazia-i-diritti-umani-lo-stato-di-diritto.html

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